Il concetto di istruzione in Simone Weil

Il ruolo capitale dell’attenzione

di Egidio Missarelli

simone weil

Simone Weil (1909 - 1943)

È certamente inusuale ciò che Simone Weil pensa a proposito del punto essenziale in cui consiste l’insegnamento scolastico e per comprenderlo bisogna riferirsi a quell’unico e solo atto capace di produrre in ogni essere umano i valori autentici, universali e impersonali del vero, del bello e del bene.

Quest’unico atto consiste, scrive la Weil, in «una certa applicazione di attenzione su di un dato obbietto[1]», e l’insegnamento, in virtù dell’importanza di una svolta antropologica in cui quest’unico atto sotteso al vero, al bello e al bene consiste, dovrebbe avere come scopo precipuo «quello – precisa S. Weil – di preparare la possibilità di un tale atto mediante l’esercizio dell’attenzione. Tutti gli altri vantaggi dell’istruzione sono senza interesse[2]». Dobbiamo comprendere quanto detto dalla Weil in senso letterale, quindi una versione di latino, un problema di geometria e via dicendo, agli occhi della Weil sono, in egual misura e con il medesimo valore[3], una ginnastica dell’attenzione che condotta con metodo la porta a purificarsi e intensificarsi, proprio perché gli sbagli derivano «dalla fretta con cui il pensiero si è precipitato su qualcosa: ed essendosi così colmato prematuramente, non è stato più disponibile per la verità[4]».

la persona e il sacroViene spontaneo chiedersi quale sia il metodo di cui parla la filosofa. Simone Weil lo suggerisce a proposito della comprensione delle immagini, dei simboli, eccetera, dove esclude recisamente dalla stessa una qualsivoglia interpretazione soggettiva. È proprio questa la chiave per comprendere il suo orientamento rispetto al metodo utile ai fini di una reale e non illusoria comprensione delle immagini, dei simboli, eccetera: «Non cercare di interpretarli, ma guardarli fin quando ne sgorghi la luce. In genere, metodo di esercizio dell’intelligenza, che consiste nel guardare… A condizione che l’attenzione sia uno sguardo e non un attaccamento[5]». Ciò va tenuto insieme con quanto Wanda Tommasi[6], citando la Weil delle Riflessioni sul buon uso degli studi scolastici in vista dell’amore di Dio, osserva e commenta a questo proposito, perché ella ritiene che per S. Weil ogni sforzo dell’attenzione ha maggior efficacia, dal punto di vista spirituale, quando viene compiuto a vuoto, nonostante «possa risultare sterile, nell’immediato, rispetto alla soluzione di un problema… Tuttavia esso consente “un progresso in un’altra dimensione, più misteriosa”, facendo “più luce nella nostra anima”[7]». Va precisato il concetto di vuoto implicato in questo ragionamento, perché S. Weil non si riferisce con questo termine al suo significato inferiore, che in sé dipende dall’atrofizzazione delle facoltà naturali, bensì al «vuoto che s’afferra nelle tenaglie della contraddizione» perché esso viene dall’alto e richiede, per essere afferrato, un’intensificazione delle «facoltà naturali di intelligenza, di volontà e di amore». Tommasi commenta che «il vuoto attira la grazia» e che «gli sforzi a vuoto inoltre ci dispongono a ricevere la verità come un dono[8]». L’unico movente dello studio dovrebbe dunque essere, secondo la Weil, unicamente l’amore della verità, e, conseguentemente, lo studio come esercizio dell’attenzione dovrebbe avere come unico scopo quello di raggiungere la verità e non quello di ottenere un buon voto, di avere un riconoscimento sociale o di fare un buon esame[9].

repubblica platone

La Repubblica (dialogo) di Platone)

Vi sono due considerazioni importanti che nella loro polarizzazione Simone Weil evidenzia con un criterio valutativo secondo il quale ritiene che le certezze acquisite in questo campo – e ciò vale per tutte le espressioni di S. Weil – possano essere solo di tipo sperimentale e che prima di esperirle debbano essere paradossalmente credute, altrimenti «non si farà mai l’esperienza di accedervi».

Un polo è quello del desiderio perché «se c’è veramente desiderio – scrive S. Weil –, se l’oggetto del desiderio è davvero la luce, il desiderio di luce produrrà la luce. C’è veramente desiderio quando si compie uno sforzo d’attenzione»; gli altri elementi di questo polo sono il piacere e la gioia, perché, precisa la Weil, «l’intelligenza cresce e porta frutti solo nella gioia[10]». Per ella, però, vi è un altro polo altrettanto importante quanto quello appena descritto del desiderio e della gioia per lo sviluppo dell’attenzione che, come osserva opportunamente Tommasi, è legato «alla diminuzione dell’io: Weil infatti non manca di sottolineare come sia indispensabile, per progredire nell’attenzione, soffermarsi su ogni esercizio scolastico non riuscito[11]». La tendenza ordinaria è quella di passar sopra velocemente agli errori commessi, ma gli errori recano il marchio della persona e sono quindi un’opportunità straordinaria, se ci si sofferma su di essi per un congruo lasso di tempo, per guardare in faccia la propria mediocrità, per constatare i propri limiti. Alla verità si accede, commenta la Tommasi, «solo dopo essersi scontrati con i limiti della propria intelligenza». A tal proposito, le parole di S. Weil sono estremamente chiare e precise quando scrive che «non si entra nella verità senza essere passati attraverso il proprio annientamento; senza aver soggiornato a lungo in uno stato di estrema e totale umiliazione…Lo stato di estrema e totale umiliazione è anche la condizione del passaggio alla verità[12]». Il soffermarsi sugli errori commessi negli esercizi scolastici aiuta questo importante processo di passaggio all’impersonale, all’universale. Come abbiamo evidenziato, il passaggio all’impersonale può avvenire solo con un’attenzione intensa e in solitudine, riguarda l’uomo singolo non la collettività[13], e gli studi a questo proposito sono, come rileva la Tommasi, «un’occasione preziosa per esercitare l’attenzione», e ciò porta a realizzare al massimo livello il passaggio all’impersonale, a quello svuotamento dell’io necessario per «fare spazio a ciò che è altro da sé – all’oggetto, alla realtà, alla verità, a Dio[14]».

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Anatomia e medicina nell’Iliade di Omero

È importante sottolineare quanto lo sforzo richiesto dall’attenzione, nei termini di S. Weil, debba essere inteso come «sforzo negativo [15] », in quanto considerarlo nell’accezione della volontà e dello sforzo muscolare porta a un totale fraintendimento. Sforzo negativo significa, nota ancora la Tommasi[16], ricacciare indietro tutto ciò che impedisce di accedere alla realtà e alla verità, e cioè i propri pensieri, le proprie proiezioni, le proprie immaginazioni e via dicendo, che nel loro insieme sono proprio l’ingombro che la persona costruisce di fronte alla realtà impedendone l’accesso. Nello studio, come nelle pratiche meditative ad esempio, nonostante le apparenze, non è affatto facile applicarsi con un’attenzione pura, negativa, passiva ma sveglia, ricettiva. Lo scrive S. Weil in una formula che mi piace pensare come riguardante una vera e propria svolta antropologica [17] per il suo enorme portato metamorfico: «Nella nostra anima c’è qualcosa a cui ripugna la vera attenzione molto più violentemente di quanto alla carne ripugna la fatica. Questo qualcosa è molto più vicino al male di quanto lo sia la carne[18]». In questo senso possiamo affermare che S. Weil crea un ponte tra l’esercizio dell’attenzione e l’esperienza morale, proprio in virtù del fatto che ogni volta che si esercita l’attenzione si distrugge un po’ di male in se stessi, e lo esprime scrivendo che «un quarto d’ora di attenzione così orientata ha lo stesso valore di molte opere buone».

Per riassumere, si può dire che S. Weil propone di fare buon uso degli studi scolastici – ma ciò è estendibile a tutte le attività umane in quanto tutte richiedono attenzione per essere ben eseguite – prestando un’attenzione del tutto speciale, qualificata da ella vuota, e propriamente essa consiste in una epochè, in una sospensione del pensiero per lasciarlo «disponibile – precisa S. Weil –, vuoto e permeabile all’oggetto… Il pensiero deve essere vuoto, in attesa, non deve cercare alcunché, ma essere pronto ad accogliere nella sua nuda verità l’oggetto che sta per penetrarvi… I beni più preziosi non devono essere cercati, bensì attesi[19]».


[1] S. Weil, L’ombra e la grazia, Bombiani, p. 215.

[2] Ibidem

[3] S. Weil in Riflessione sul buon uso degli studi scolastici in vista dell’amore di Dio, scrive a proposito che gli studenti «devono imparare ad amare ogni materia di studio».  Cfr.  WEIL S., Riflessione sul buon uso degli studi scolastici in vista dell’amore di Dio, in: WEIL S., Attesa di Dio, Adelphi, p. 192.

[4] WEIL S., Riflessione sul buon uso degli studi scolastici in vista dell’amore di Dio, op. cit., p. 197. Un’altra precisazione rispetto al metodo si riferisce all’attesa e S. Weil ne tratta in questi termini: «Per ogni esercizio scolastico c’è una maniera specifica di attendere la verità con desiderio e senza permettersi di cercarla. Una maniera di prestare attenzione ai dati di un problema geometrico senza cercarne la soluzione, alle parole di un testo latino o greco senza cercarne il senso; una maniera di attendere, quando si scrive, che la parola giusta venga a porsi da sé sotto la penna scartando semplicemente le parole inadeguate», in: Ibidem, p. 198.

[5] WEIL S., L’ombra e la Grazia, op. cit., p. 215-217.

[6] Cfr. TOMMASI W., Studio, attenzione, preghiera. Il passaggio all’impersonale, in: DI NICOLA G. P. – DANESE A. (a cura di), Persona e impersonale. La questione antropologica in Simone Weil, Rubbettino.

[7] TOMMASI W., Studio, attenzione, preghiera. Il passaggio all’impersonale, op. cit., p. 200.

[8] TOMMASI W., Studio, attenzione, preghiera. Il passaggio all’impersonale, op. cit., p. 200.

[9] A questo proposito S. Weil chiarisce questo aspetto, che può dare adito a fraintendimenti, scrivendo: «Il fatto di non possedere né il dono né l’inclinazione naturale per la geometria non impedisce che la ricerca della soluzione di un problema o lo studio di una dimostrazione sviluppi l’attenzione. Anzi, è quasi il contrario. È quasi una circostanza favorevole… in nessun modo, un autentico sforzo d’attenzione viene disperso», in: WEIL S., Riflessione sul buon uso degli studi scolastici in vista dell’amore di Dio, op. cit., p. 192.

[10] Ivi, p. 196. S. Weil scrive precisamente: «L’intelligenza può essere guidata soltanto dal desiderio. E perché ci sia desiderio, devono esserci piacere e gioia. L’intelligenza cresce e porta frutti solo nella gioia».

[11] TOMMASI W., Studio, attenzione, preghiera. Il passaggio all’impersonale, op. cit., p. 200.

[12] WEIL S., Pagine scelte, Marietti 1820, pp. 196-197.

[13] Cfr. Ivi, p. 182, dove scrive: «Il passaggio nell’impersonale si opera solo tramite un’attenzione di una rara qualità, possibile soltanto nella solitudine».

[14] TOMMASI W., Studio, attenzione, preghiera. Il passaggio all’impersonale, op. cit., p. 201.

[15] Cfr. WEIL S., Riflessione sul buon uso degli studi scolastici in vista dell’amore di Dio, op. cit., p. 196. Qui scrive: «L’attenzione è uno sforzo, forse il più grande degli sforzi, ma è uno sforzo negativo», e prosegue: «Venti minuti di attenzione intensa e senza fatica valgono infinitamente più di tre ore d’applicazione con la fronte corrugata».

[16] TOMMASI W., Studio, attenzione, preghiera. Il passaggio all’impersonale, op. cit., p. 201.

[17] Cfr. GABELLIERI E., Dall’umanesimo alla Rivelazione, Studium, p. 262, dove viene detto che «la salvezza vera consiste nell’incarnare lo spirito per spiritualizzare il corpo e la natura». Cfr. GAETA G., Leggere Simone Weil, Quodlibet, p. 218, dove si ribadisce il medesimo concetto metamorfico: «Ciò che è in questione nella concezione religiosa di Simone Weil è dunque una radicale trasformazione dell’anima».

[18] WEIL S., Riflessione sul buon uso degli studi scolastici in vista dell’amore di Dio, op. cit., p. 197.

[19] Ivi, pp. 197-198.

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